Quando il Consiglio Comunale rinuncia alle proprie prerogative


Milioni di metri quadri di suolo urbano milanese in gran parte pubblico e/o con funzione pubblica sono già entrati o entreranno a breve nel mercato immobiliare: gli scali ferroviari, le caserme, le aree liberate dallo spostamento di alcune strutture sanitarie a Sesto S.G. e di quelle universitarie a Expo, le aree liberate dalla cessata funzione sportiva a San Siro, le fabbriche dismesse al Rubattino.

Definite le quantità edificabili al netto dei servizi pubblici e privati (che non fanno volumetria e che quindi saranno in aggiunta a quelle quantità), a supporto di molte di queste trasformazioni c’è al momento solo una narrazione a suon di render con giardini e prati in primo piano e con sfondo varie tipologie di torri più o meno verdi. Ma, al di là della forma, la sostanza di queste trasformazioni ovvero gli enormi interessi economici e finanziari in gioco che nascono dalla valorizzazione di beni pubblici, come vengono governati nella Milano-Modello del Paese? Chi realmente possiede gli strumenti di controllo e verifica degli esiti progettuali? Quali poteri di indirizzo e misura potrà effettuare il Consiglio Comunale, massima assise elettiva in rappresentanza di tutti i milanesi?

Abbiamo il precedente degli Scali Ferroviari: un milione di metri quadri di suolo urbano la cui trasformazione è già stata sottratta alla pianificazione, sostituita da un discutibile Accordo di Programma (tre ricorsi al TAR in attesa di sentenza fra dieci mesi) piuttosto opaco relativamente agli aspetti finanziari dell’operazione. Questo Accordo demanda ai soggetti privati proprietari lo sviluppo di ciascuna di quelle aree mentre il Comune si è deliberatamente relegato ad un ruolo sostanzialmente marginale. Come definire tutto ciò se non una plateale e deliberata operazione di deregulationurbanistica?

Abbiamo ora Il nuovo Piano di Governo del Territorio (PGT) approvato dalla Giunta in ottobre ed in attesa di adozione da parte del Consiglio Comunale.

Questo nuovo PGT come si pone in relazione al tema di una corretta, trasparente e partecipata pianificazione dello sviluppo della città? Vi sono due aspetti interessanti di questo nuovo PGT che ci dicono molto in ordine alla qualità del processo decisionale sotteso:

  • l’individuazione e il disegno delle Grandi Funzioni Urbane (GFU)

  • la sorte delle aree con funzioni pubbliche una volta cessata la loro funzione

Le GFU sono sei aree ove si prevede di localizzare funzioni pubbliche e private considerate di interesse strategico; investono circa 1.800.000 metri quadri di superficie territoriale e ne fanno parte San Siro, Goccia, Piazza D’Armi, Ronchetto, Porto di Mare e Rubattino. Orbene, stante la dichiarata importanza che viene loro attribuita, come ne verrà governato il processo di trasformazione? L’art. 16 delle Norme di Attuazione del Piano delle Regole attribuisce al Consiglio Comunale solo una deliberazione di semplice ratifica, che potrà entrare un po’ più nel merito solo qualora i Servizi previsti non rientrino nell’apposito “ Catalogo dei Servizi” (fatto improbabile per la vastità dei servizi privati che non faranno volumetria contemplati in detto catalogo). Al contrario, la norma prevede che “L’attuazione dell’intervento relativo alla GFU […]qualora non venga realizzato dal Comune, dovrà avvenire con modalità diretta convenzionata ed a seguito di apposita “convenzione quadro” da approvarsi con deliberazione della Giunta comunale”.

Relativamente alle GFU viene dunque ampiamente confermata la volontà di abdicare ad una seria pianificazione pubblica, già vista all’opera con l’Accordo di programma degli scali ferroviari, accentrando entro il ristretto perimetro della Giunta le sole scelte qualitative di carattere estremamente generico mentre il Consiglio Comunale non avrà alcun ruolo. Il fatto appare tanto più singolare se si pensa che queste aree, proprio per la dichiarata loro natura strategica, meriterebbero invece un processo decisionale ben più aperto, puntuale, realmente trasparente e verificabile in ogni suo passo.

Veniamo ora ad un altro passaggio del nuovo PGT: la sorte delle aree pubbliche e/o con funzioni pubblica al cessare della loro funzione (un esempio che vale per tutti: le facoltà scientifiche della Statale dirette verso le aree ex-Expo).

Il futuro di queste aree è scritto nell’art. 40 comma 5 delle Norme di Attuazione del Piano delle Regole: “A seguito della dismissione, la Giunta Comunale delibera in merito alle modalità di eventuale sostituzione del servizio o di eventuale rilocalizzazione dello stesso nel territorio comunale in relazione alla domanda di servizi della città e alla conseguente rifunzionalizzazione degli immobili dismessi. In questo ultimo caso gli immobili, senza bisogno di variante al Piano, assumono […] l’indice di edificabilità territoriale unico di cui all’art. 6, nonché recepiscono le presenti norme.”

Anche in questo caso il PGT non prevede alcun ruolo per il Consiglio Comunale nel valutare se, dove e come trasferire un servizio pubblico rilevante su un’area pubblica e se, come e con quali criteri valorizzarne le aree rese così disponibili per il mercato immobiliare.

E’ solo la Giunta ad esprimersi mentre i terreni, liberati dalla funzione pubblica, diventano automaticamente edificabili come nell’intorno. Questa è la strada più semplice e comoda per valorizzare finanziariamente un bene pubblico interessando il minor numero di soggetti e semplificando al massimo le procedure a discapito di un processo di pianificazione più puntuale che si occupi del destino fisico del bene pubblico determinandone con chiarezza anche i doverosi benefici finanziari per la collettività.

Il consiglio comunale starà a guardare mentre ai cittadini basterà qualche workshop.


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